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ElCiabeAntiSatyricon 
(Candele, Altalene e Distorsori)
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Diario
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20 ottobre 2008

Di ritorno

Torno su queste pagine dopo quasi due anni solo per una persona.
Perchè legga quanto ho da dirle, e nel frattempo legga chiunque passa.
Mi senti?
Può succedere QUALUNQUE cosa.
Ma, ascoltami bene: la nostra amica usa un'espressione che adoro quasi quanto adoro lei:
il cuore appuntato sul petto.

Il cuore
appuntato
sul petto.

In bella vista.

Voglio che tu sappia che lo tengo, e lo terrò sempre lì.
In bella vista.
Qualunque
ripeto
QUALUNQUE
cosa accada.

Intanto, già riecheggia in qualche nostro cosmo il mio grazie, perchè mi fai libero, nuovo.
Già ora.
Buonanotte, demonietta.




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15 maggio 2006

Connivente

Vado a letto
Insoddisfatto: ho
Tracciato con perizia
La regione del malessere,
Le ho dato nomi e riti, e
Mi sono sforzato di farla
Bellissima per catturarvi
L'occhio. Per dirvene - sì -
L'ho quasi stanata. Ma,
Giunto a quel loculo angusto, l'
Anfratto dove la so
Essere, l'ho
Risparmiata, GIP
Connivente
Toù Emoù.




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30 marzo 2006

Nel portico

C’era tutta
U
na vita
Da sprecare
Nel portico
Di linee che tracciavano
Quadrati sregolati
In via Santorre: la
Corsa del corsaro
Incorsa nel furor
Dello sconsiderato
Zorro, che
 – Ingolfato a morte
Di succo di pera e
Ciambellon fatale –
Alfine
Cadeva. E
Sbucciatosi,
Pur non
Piangeva.
Acquattato tra siepi
Polverose, avresti
Visto passar
Loro accanto un
Breve fascio florido
Di nervi tesi e ciccia,
Citofonar Rocchetti (mano
In quella, larga e
Scura, del suo
Taciturno sosia
Adolescente) ed
Avviarsi a giurar
Fedeltà alle
Luminose
Scie Cangianti dei
Rudimentali giochi da
Piuggrànde.
Per non doversi
Più
Fermare a
Scegliere da
Quale parte
Stare, e poi
Per non doversi
Più
Mostrare in
Quella goffa
Corsa, e testarda, e
Permalosa,
Fatta apposta a
Ingolosir
Coetanei neanche poi così
Tanto cattivi.
Per non giocare
Più, in
Fondo.
 
C’era tutta
Una vita
Da sprecare
Nel portico
Di Santorre: e l’abbiamo
Sprecata infatti,
Invecchiati
Feriti
Bambini
Di me.




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29 gennaio 2006

Poco prima di andare on stage




Sì, l’avete riconosciuta: è la terza di copertina del booklet di Californication.
E, no, vi sbagliate: non ho in serbo per voi sbrodolanze da improbabile fan dei Peppers, che mi piacciono, a tratti mi entusiasmano, ma non indistintamente.
Soprattutto, il punto è un altro.
Ho pescato questa foto dopo la ruvida esibizione di ieri sera da parte di quattro gruppi di amici al CSOA “La Strada”.
Perché, assistendovi, ho pensato, molto estemporaneamente e senza adeguato filtro critico (ne utilizzassi anche una sola goccia in più, cestinerei il 130% dei miei stessi PENSIERI), ho pensato, dicevo, che la vita, questa sconosciuta ritmica distorta e irregolare, non dovrebbe aver altro umore che questo: un abbraccio svelto e tenace poco prima di andare on stage, con la tensione verso qualcosa di grande ed imminente, e i morsi profondi dell’emozione sulla bocca dello stomaco.
E’ stato un attimo, eh? Non di più.
Nemmeno mi son preso la briga di verificare a freddo questo pensiero, come si fa con le canzoni il giorno dopo che le hai scritte: semplicemente sono riaffondato nel drive delle volute del fumo della sigaretta che le avevo appena scroccato, lei e quella sua meravigliosa, nitidissima risata a busto eretto: della confusione nella mia testa è stato facile addossar la colpa al missaggio caprone di cui i quattro gruppi non han potuto non usufruire.


 




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14 gennaio 2006

Questa nostra scarna, ovattata, agrodolce festa

Non ho mai trovato particolarmente pertinente l’uso del blog con la pubblicizzazione delle serate della mia band.
Stavolta, però, mi sento di fare una piccola eccezione: qui, la sera del prossimo venerdì 20 gennaio, vi si prepara il meglio che abbiamo.
Il meglio che (pos)siamo.
Vi offriremo le nostre parole, il nostro spavento, la nostra ossessione, l’affaticata speranza che le nostre note ci guadagnano, tutta la densità di cui siamo capaci.
Fateci un salto, se in qualche spelacchiato caso vi venga voglia di avere, del me che vi racconto, uno stadio di comprensione un minimo più epidermico, e liquido, e immediato, e scevro da quel parossistico recitar da rockband che regolarmente frega tantissimi tra noi al momento di parlare con uno strumento circa, appunto, quel che siamo.
O fateci un salto per via del fatto che presentiamo, una tantum, ben 5 nuovi brani.
O anche solo per via del fatto che un set acustico ha sempre la sua atmosfera, che siano o no delle pippe i performers.
O, infine, fateci un salto, se – che non guasta – vi va di mangiare e bere benissimo in affezionata e tiepida compagnia in questa nostra scarna, ovattata, agrodolce festa.




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5 gennaio 2006

Per il nuovo anno - II

Sii il Recupero,
La partita di calcetto in cui segni due gol e annulli
L' Avversario,
La sensazione di star migliorando che hai agli
Inizi,
E quella di non aver ancora smesso, che hai a metà
Strada.
Ritorna semplicemente al sole, disconosci la
Complicanza, specie quella senza Bellezza dentro.
Espelli dagli occhi il terrore di farti male come dal corpo
Espelli il muco quando torna il tepore.
Ritrova il tempo per scherzare e quello per no,
Quello per parlare a fiume e quello per tacere:
Torneranno di conseguenza tempi comici ed alternarsi
Epici di verbo e di silenzio,
Incastonati in mezzo al minestrone
Solido e torbido di questi
Tempi, che sta a te
Condire con qualche sapore 
Adatto, faccia male oppure
No.
E non lamentarti per
motivi diversi dallo
Sfogo. E
Sii il Recupero
Di Te.




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3 gennaio 2006

Per il nuovo anno

2006.
E la paura.
La paura che è come la felicità, come i sogni: si avverano quando ci credi.
Se credi alla paura, la realizzi.
Il cane ti ha morso quando gli hai dato ad intendere di temerlo, di subirne in qualche modo la forza.
Sì: di averne paura.
Il vassoio che portavi si è rovesciato quando hai avuto paura di farlo cadere.
Chi ami pensa seriamente di allontanarsi da te quando, e da quando, gli mostri la tua paura che lo faccia.
La logora corda della chitarra si rompe proprio durante il primo accordo della canzone, proprio quello in cui stai per finire di chiederti se l’avevi cambiata.
Se credi alla paura, la realizzi.
E’il modo che ha, la paura, di ringraziarti di aver creduto in lei, frà: realizzarsi e farti del male.
Scrivilo bello cubitale, e mettilo sotto al vetro della tua nuova scrivania mentale del 2006.
Smetti di crederle: puoi affogare nella merda in QUALUNQUE momento, a prescindere da quante bombole dell’ossigeno tu ti sia portato dietro per cautelarti.
Per paura.
In.
QUALUNQUE.
Momento.
Ergo, almeno lascia che sia l’unica condanna che ti infliggi: non ci aggiungere i tuoi soliti fantasmi mediocri, che per diventare di carne ed ossa non aspettano altro che tu gliene dia un’ insperata occasione.
Buon anno.
E
Noli
Timere
Più
Mai.




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29 dicembre 2005

Castrante, Meraviglioso

Castrante, come
 
Non saper che
Dire, e avere il
Multiverso
Addosso, a
Farti male agli
Occhi.
Meraviglioso, come
Linfa, che si
Rimodella addosso a quei
Pensieri che zittisci e che
– Puntuali – tornan
Come sfoghi dalla tua
Epidermide, o da certe
Parole unghiute su cui
Non hai potere,
Non hai controllo.
Castrante, come
Quel cielo annacquato di
Pessima qualità, che mi offri
In cambio della mia
Morte Quotidiana
(Cruenta sul ciglio della
Strada indifferente).
Meraviglioso, come
Sapervi combattere,
Spettri: oggi
Posso.
 




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25 novembre 2005

e inafferrabile

Come vi sentite quando una di quelle persone di cui sperate sempre, di soppiatto e sottovoce, di meritare la considerazione, vi dice, testuale: "in certe cose sei proprio unico", per una cosa ridicola ridicola ridicolerrima che più davvero non si può e che avresti fatto cmq ?
Io vi rispondo domani: per stasera, mani ebeti di braccia ebeti di torso ebete sotto a collo ebete che regge testa ebete che ospita espressione ebete guidata dal capo degli ebeti, il mio cervello fritto di gioia e qualche lacrima
(ebete),
stanno cercando da quasi due ore di trovare il retino per acchiappare la farfalla che mi è diventata il cuore, soffice e senza peso e senza affanni e inafferrabile.
Sei la promessa più bella della mia guarigione, la prova che dio c'è e che quando non esagera con l' ambrosia ci capisce perfino qualcosa.
Tanto.




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1 novembre 2005

Diario sconclusionato di un memore felice

Eccomi.

Partito il 30 per un tragitto Roma – Firenze (dove c’è la famiglia della defunta zia Liliana, la sorella di mio padre morta ormai ventun anni fa, il cui sguardo austero, spigoloso e malinconico campeggia sulla lapide del suo loculo e in certi anfratti ancestrali della mia memoria) – Cirignone (la località a una dozzina di km. dal monte Fumaiolo, ov’è sita la meravigliosa casupola in cui è nato mio padre, e non lontano dalla quale c’è un cospicuo contingente di amici dolcemente veri e parenti incredibili che non vediamo mai troppo), e tornato ora.

Resoconto:

ho viaggiato come una sardina su un treno l’innesto di uno spillo nel quale l’avrebbe portato ad ineluttabile esplosione (pagando biglietto intero, che razza di domande).

Ho ri – mediato con i miei occhi di ora la Firenze che mi aggrediva di ricordi indefinibili ed insidiosamente autunnali e teneri di vent’anni fa, per riscoprirla nivea, surrealmente silenziosa e classica come gli occhi dei bambini ricchi.

Ho mangiato il tanto, bene e fieramente sano che mangiano i toscani, grazie all’ ars culinaria che gli anni e la necessità indotta dai primi tempi della vedovanza non hanno che ingigantito nelle tì e nelle esse mangiate di mio zio Gino, e camminato in quello stesso loro modo sfacciato senza bisogno di superbia, sempre con uno zio Gino assolutamente incurante dei fastidi che il suo ginocchio malandato gli doveva procurare.

Dello zio Gino ho rivisto la casa, col suo salone ora salotto (che, come nei migliori copioni di questo tipo, si è tutto raggrinzito e rimpicciolito davanti ai miei occhi di ora, come un altro vecchio, bonario parente aggiunto che sembra dirti “eehh, tiriamo avanti, ma son tanto vecchio amore mio, e Dio sa se non perfino più stanco”: di quelli a cui credi quando lo dicono, non i broccoli vittimisti che compongono la buona metà dello ziame/nonname italiano).

Ho trattenuto qualche – davvero, non è artificio retorico – lacrima inattesa e di ignota provenienza.

Esercizio ripetuto poche ore dopo, tanta con più difficoltà, all’arrivo, scaglionato, di Manu, la Bella, e Clà, la Più Ancora: non vedevo la seconda da otto anni, dal giorno del suo matrimonio con Marco (un bel ragazzotto morbido e in gambissima, di sicura simpatia e ancor più indubitabile culo) e la prima per più di pochi minuti cerimoniosi e familiar – burocratici dal lontano ‘91, dal giorno della prima comunione: il giorno in cui mi sono innamorato perdutamente di entrambe, l’oro celeste sparso ovunque dall’ingenuo senso estetico di ragazze-dei-sogni-di-chiunque che non sanno non portarsi appresso ovunque vadano, i sorrisi buoni che sciolgono, gli occhi che non fanno nemmeno quella fatica, i mariti pressoché perfetti che si sono scelte, i bimbi dinamitardi e timidi che hanno (la Bella e Daniele hanno Leonardo e Chiara, timidissimi e interamente realizzati in pesca l’uno e ceramica l’altra, non a caso considerata la mamma; la Di Più e Marco hanno il broncio strillone e sbrodolifero dei 5 mesi di Elisa e la caciara zuccherina di Ilaria, anch’esse a dimostrare che i geni talvolta hanno a che fare con l’arte), il senso di compiutezza spontanea e la voglia di abbracciarle fino a nuov’ordine che mi viene a guardare il percorso semplice e di un inspiegabile, accecante incanto delle loro vite finora.

Ma proseguiamo, che a forza di sdilinquirmi sembro lei , anche se a lei sdilinquirsi riesce molto meno melenso che a me.

Ho rivisto anche l’altro cugino, dovrei dire cuginone, Alessandro: un alto, spallone, paffuto, pacioso, molto curioso e ancor più intelligente quarantaduenne che dopo anni di turbolenze di cui la famiglia era solo un epicentro, da qualche anno in qua sembra aver trovato un equilibrio tra sguardo in avanti e dietro le spalle, che mi è parso perfetto e invidiabilissimo.

Quasi dodici ore a parlare con lui e la sua compagna Cristina di politica, religione, viaggi e riassunti della nostre vite passate, e avrei continuato per un mese.

Consecutivo.

Sono andato a trovare i già citati spigoli della foto malinconica di zia Liliana, ho pregato dopo anni senza ipocrisia, mi sono immerso nella geometria opaca dai bordi di marmo lucido del cimitero, che la mia memoria ragazzina anniottanta ricongiungeva, senza fretta ma con trasporto, alle ultime dalla mia rètina.

Saldate le pendenze che avevo con Firenze riguardo la mia infanzia, ho proseguito con la Firenze che ha forse – esagererò? Non credo, quindi no – salvato pubertà, adolescenza e postadolescenza: via de’ Bardi, 32, chi non lo sa faccia un salto su gùgol, io intanto marchio con pennarello argenteo e vo di foto, e di “grazie”, ché ora ci son stato, e il circondario di Ponte Vecchio, a cercare vecchie tracce di immaginario e vissuto dark in mezzo a gioiellerie pasciute e tremendamente pacchiane.

Inganno zio Gino, e con la scusa più idiota del mondo (un cappellino per il freddo: bof, facevano diciotto gradi pieni, si stava benone) lo induco a portarmi al supermercato, dove compro adeguati torta e Chianti, ché lui non avrebbe mai accettato altrimenti.

Pranzo con tutti i citati finora (più Diana, la vivace e sempre ottimista compagna attuale di zio Gino, e meno ManuBella e famiglia, fuori con degli amici di famiglia): ancora quel senso di compiutezza totale, Chianti, ancora lacrimuzze da trattenere, Sangiovese, regalo ai presenti il ciddì col libretto che ho preparato quasi solo per loro, limoncello, coccole a Ilaria, grappa e sfioro la colossale sbronza.

Torno in grado di intendere, volere e reggermi in piedi giusto un attimo dopo la sigaretta postcaffè fumata in bagno: mi aspetta un’altra barca di ricordi.

Via Pratese, 46: è l’indirizzo dove nel maggio di 18 anni fa fu registrato il live più sporco, virulento, passionale e travolgente del nostro rock ottantino.

Dove, passati questi diciott’anni e passata anche tutta quella carica di rivoluzione, sofferenza e trasporto mistico, al raduno del suo fun club, mi esibisco per qualche minuto su quello stesso palco, ora occupato dal bardo scimmiesco ingrigito, ma incapace di invecchiare, sornione stronzetto e secondo me disillusissimo, ma ancora dotato di una voce incredibile, che risponde al nome di Piero Pelù.

Senza però potergli dire grazie al termine della cosa, né farmi immortalare la copia di Desaparecido cui Ghigo e Aiazzi avevano già doverosamente provveduto l’anno scorso.

Ma in compenso riuscendo a controbilanciare con le frugali ma fruttuose chiacchierate avute con Francuzzo Caforio e Barni, e quella ricca avuta con Robbi Terzani, che aveva aperto il raduno con l’interessante show della sua nuova band.

Quasi facendo amicizia con un paio di matte di Milano che non mi aspettano mentre ricontrollo che il cd che sto per regalare loro funzioni.

L’indomani mattina, altra passeggiata con lo zio, stavolta in direzione – duomo, in cerca di qualcosina di bello per Tì Dolce e del tutto scordandomi le cartoline per un miliardo e mezzo di altri cari.

Pranzo ancora con Di Più e lo zio, altra sbornia sfiorata, baci e abbracci e foto e abbracci e baci e sbrìgati a venirci a trovare, si parte.

Campo di Marte, ore 14:45, abbraccio lo zio, ma questi due giorni mi hanno restituito l’ovvietà della presenza di tutti loro, sicché non mi viene nemmeno da dirgli grazie.

Solo un ciao, nemmeno il tempo per accorgermi di quanto questo dovrebbe stridere, e non stride, con quel mio patetismo tutto kitsch dei commiati dolci e sentiti, il treno mi porta ad Arezzo, di lì a Pieve S. Stefano, a nove km. dal già citato Cirignone.

Digeriti i wafer e l’idillio scontato e durevole di queste due giornate, rieccola.

La lacrima che torna.

Stavolta la lascio scorrere un po’, ma non più che per qualche minuto.

Soprattutto, mi lascio qualche angolo d’incanto non svelato per quando tornerò qui: decido di non indagare troppo a fondo sulla sua provenienza, di non esaurirla crogiolandomici dentro.

Mi aiuta il motivo per cui sto scrivendo così torrenzialmente oggi, contrariamente a quanto mi avete visto fare finora: John Fante, “Chiedi Alla Polvere”.

Mi ci han portato i Perturbazione da lui, ed è un altro grazie che devo loro. Malgrado qualche spunto lasciato cadere, un po’ d’autocompiacimento (senti chi parla), devo concordare col giudizio che ne diede Bukowski: “ecco finalmente un autore che non ha paura delle sue emozioni”.

E che denuncia il problema di chi le esplora in profondità senza riuscire a non perdere il contatto con l’attimo in cui deve rispondere loro, aggiungo io: ha cristallizzato in vera e propria prospettiva una problematica che ho sentito molto mia.

Ore 19:30, (dopo un rapido saluto agli zii di Pieve S. Stefano e uno meno rapido ai nostri cugini di qui, Rita e Partizione Pitagorico), sono a Cirignone: risate, scopa, pane, stracchino e mandarini, amici di famiglia presenti per sparlare perfino bonariamente di parenti eccentrici, foto da buffoni – che in altri tempi sarebbero state tristissime e ora buttan fuori inspiegabile contentezza – davanti alle zucche di Halloween e lettere comunitarie di nostalgia da passare sotto la porta degli assenti.

Sonno placido e l’odore dei miei autunni qui: l’odore della canzone più bella che scriverò mai.

Mattina di oggi: passeggiata con mia cugina Roberta sul sentiero nebbioso e lunare, occhi stupefatti su enormi ragnatele umide di rugiada ai lati, imperdonabili tentativi di imitare l’occhio che anticipa l'idea della testa con una Kodakkacciausaeggetta e provvidenziali scorte di quell’odore d’autunno da immagazzinare tra polmoni e cervello, che non si azzardino a non bastare.

Si parte.

Si torna.

Devo scrivervi questo diario sconclusionato di un memore felice.

 




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9 luglio 2005

Ebbene sì

Io
Non credo in Dio.
Io
Non credo in Marx, Popper, Platone, gimièndrics, èndyuòrol o bucòschi chedirsivogl ia.
Ma
Io
Credo
In
DANIELE
LUTTAZZI.
 




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7 luglio 2005

Zuma I (1998 - 2000)

La storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi, non ha difetti, nè, siamo seri, lati negativi davvero degni di questo nome.

La storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando ancora si deve formare, è fatta di orecchie: di ricettive, timide, volenterose, ancora non abbastanza ferite da divenir disilluse, orecchie.
Orecchie appiccicate a persone agitate da un prurito stronzissimo e dolce, che ha però una bizzarra peculiarità: se la persona che ne soffre si dimena in un modo e verso una direzione specifici, esso - il prurito - si sposterà alla sezione del cervello, ammesso che ne esista una in particolare, dove nascono le idee, e a quella che elabora e rielabora gli input esterni, in particolare quelli sonori. Se poi la persona è fortunata, un po' di questo prurito andrà a depositarsi anche su un'ipotetica, eventuale ghiandola del gusto: e non in senso metaforico, proprio fisico, dacchè presto i recettori della lingua saranno sollecitatissimi da quanto sta per avvenire.
Sicchè, riepilogando, la storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando ancora si deve formare, è questo: orecchie, timidezza, volontà, prurito, idee, suono, gusto.

La storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando si conosce, è fatta di iconografia da libro rock, assurdolce fissazione di facilitare le future biografie miliardarie, segnarsi la data dell'incontro, la data della nascita, la data della prima sala.
Da solo a casa tiri giù le prime scalpellate al gargoyle delle cosedadirenonancoradette, sotto forma di qualche abbozzo di riff, una partitura, un giro armonico, una rullata: il festival dell'embrione.
Tutte cose che andranno rigorosamente a puttane: prendi quattro, cinque, sei, sette pruriti, mettici un microfono davanti: mettiti comodo, prima che si stabilizzino può passare una vita, e saranno decine, non solo quello che ti eri portato volenterosamente da casa, gli spunti che andranno persi per ricicciare senza dubbio, ma chissà dove.
Però lo senti, tutto è pieno delle persone lì con te, indicibile e soffusissima pirotecnia di quei quattro, cinque, sei, sette pruriti lasciati liberi di contaminarsi secondo il piano strategico di certi microbi per conquistare il mondo, che alcuni chiamano "sensibilità".
E quel che ne uscirà - già inizia ad uscire, ascolta bene - sarà tuo, vostro, tuo, tuo, tuo, poi ancora vostro, e poi di chiunque scorga tracce anche minime, anche a stento percettibili di quel confronto pirotecnico in un intreccio, un solo, un groove, un gioco di cori, un rincorrersi di idee magari anche inzeppate a forza.
E vedrai, lo troveremo, quel chiunque.
Sicchè, riepilogando, la storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando si conosce, è questo: sogno, scrupolo, ispirazione, spreco, senso infinito di possibilità, orgoglio di padre e vanto e ispirazione ecumenici.

La storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando si armonizza, è fatta di idee in serie industriale, tutte con in fronte il rigoroso marchio del prurito di sempre: si diventa una piccola città - stato, senza regnanti dichiarati, mutuo soccorso e primi abbozzi di opinione pubblica: tavolate, riunioni, stabiliamolepriorità e diciamocianchequelchenoncipiace.
E pomeriggi: Diomio, i pomeriggi da Fabio, coi caffè, le paste buone (ma proprio nel senso di altruiste, che ci tengono che tu stia bene) di mammaPatata, col muro delle foto, dei sottobicchieri, di quel fantasy piovoso da cui estrapolare grumi di altrettanto piovosa epicità da mettere in una canzone, il SiMinore a verbo e il prurito che sembra funzionare a regime doppio quando c'è da autoesorcizzarsi con un'armonia che significhi tutto di te, solo dentro casa col tuo non saperti spiegare, unici a venirti a trovare i pochi amici fidati.
E canalizzare tutto questo, a tutti gli effetti SCEGLIERE di rinunciare a dire ciò che potresti dire con facilità,e trovarti lì, la dignità del farti rincorrere tra le righe e tra le battute, a proporre ciò che altrimenti non permetti ad altri di sciupare: il patè caleidoscopico di confusioni e smarrimenti concentrici che sostanzialmente sei.
Sapendo ad occhi chiusi che gli amici ti capiranno ed entreranno nella stanza con te.
Ed alternare questo all'entusiasmo di chi questo grande emporio di mondo non si sofferma a guardarlo, ma prende per sè il cacciavite, le tronchesi, il piccolo tornio, o la materia prima - la Bellezza - che gli servono, paga ed esce: l'entusiasmo di chi all'arrivo del tiggì cambia regolarmente canale, di chi trova assurdo che le persone cambino, di chi non ha mai letto una rivista di musica.
Sicchè, riepilogando, la storia di un gruppo, un gruppo qualsiasi quando si armonizza, è questo: comunità, condivisione, scelte, darsi del tutto, scoprire di aver detto, meravigliarsi delle contraddizioni esterne.

(Tu bi continuid)




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6 luglio 2005

Ultimamente

Mi rendo conto, sta diventando una fogna, sto blog.
E' che sono un tantino TROPPO complessato, e ha ragione chi mi dice, pur forse con un pizzico di superficialità, che non me s'aregge: essempre pianti, essempre lagne, e nommicapite, e nommiascoltate, essempre che sò gli altri che nun ce riescono, essempre co sto broncio, essempre co st' immagine pateticoverdoniana (è il termine più appropriato dopo aver rivisto il tristissimo "Compagni Di Scuola" di ieri sera) di bamboccione PeterPan postliceale fintoprofondo e fintissimobuono, cazzarissimo e tutto teso, con alterni risultati, a dissimulare la propria grossa stronzaggine e in definitiva anche la propria meschina cattiveria.
Vi direi anche che sì, la smetto.
Che in fondo sono dei gemelli, e non sono solo così.
Se questo vi bastasse, parzialmente rabboniti (che dolce suona questa parola in bocca a Patrizia Laquidara nella dolce "Mielato", prima traccia del suo "Indirizzo Portoghese": acquistate, visitate il 
sito e godete), a leggermi e frequentarmi con un po' meno pesantitudine di fondo, ricomincerei a imitare malerrimo Luttazzi come faccio sempre quando non sono costretto alla mia goffissima versione della serietà.
Ma ultimamente non mi viene granchè.
Boh.




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5 luglio 2005

Afoso

Per blu che poss' essere il disincanto
Cielomorfo,
Strappo alla regolazione del cuore,
E tosto che possa vuotarsi il polmone
Di dentuto ossigeno di respiro
Afoso,
Più noli timere:
Nel campo spianato, tra i fatamorgana
E confidenziale
Operaio pancinfuori che lavora,
Capita sempre, stanne
Certo,
L' Idiota che s'innamora.




Ignoro per quale perverso passaggio, ma mi è arrivata straight edge da lui.
Qualunque cosa questo significhi.


Prima o poi l'amore arriva  (Stefano Benni, 1981):

A un passaggio a livello
lontano dal mondo
un giorno d'agosto assolato
un capostazione annoiato
vide a un finestrino
di un accelerato
una signora bruna
e piú non lavorò
passava le serate
a guardare la luna
e i treni si scontravano
ma lui non li sentiva
prima o poi l'amore arriva




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20 maggio 2005

Allucinazioni da polline

(A Dio)
In certi angoli delle mie sessioni di (sovrap)pensiero, quelli in cui mi lascio andare all’occasionale bisogno di smettere per un po’ di sentirmi solo, mi capita di dare un’occhiata alla vita che consumo così capitalisticamente, là sotto tra collo, coglioni e piante dei piedi.

E, sì, Dio, è da dire che fai quel che puoi per non dare ad intendere che non esisti.

Perché, lo capisco: piranha con dentature di dubbio; fame; estetica da non poter deludere; conti da far quadrare; freddo; indifferenza; stanchezza meccanica meccanicamente da mestier di vivere travestita; immagini che divengono tutto ciò che hai, e immagini che tu tutto diventi; costo della possibilità individuale di non fermarsi al primo livello di analisi delle cose che sale di pari passo col costo del greggio; solitudine; povertà; ignoranza; rabbia; desiderata più inenarrabilmente squallidi che realmente cattivi; chiusura; cazzi propri come unico topos condiviso nel credere, e cazzi altrui unico condiviso nel giudicare; conservazione che appassisce; solitudine; solitudine; solitudine; solitudine; solitudine.

Ci starei, se mi dicessi che è così che lo volevi: il che mi appare tremendamente evidente, in questi giorni in cui avrei bisogno di un Gatorade di credibile illusione e non trovo che copiosi beveroni di un realismo che ha lo stesso sapore di sangue del labbro gonfio imbevuto di polvere.

Ci starei, e ci viaggerei dentro tutto sommato con tranquillità, con mezzi di fortuna e una epicità del mio tempo ritrovata insieme a quella borraccia di speranza e fantasia, senza felicità ma guadagnandomi un pane di serenità da mangiare in testa al prossimo come il prossimo fa con me.

Magari, se mi dicesse bene, col tempo diventerei perfino uno stronzo un po’ meno contorto di quello che sono adesso: magari diverrei uno stronzo elementare come quelli di cui è infestato l’ecosistema mondiale, e magari andrebbe a finire che qualche pezzetto di ricambio si troverebbe anche per me, per quando mi faccio male.

Ma visto che non è così, e che vuoi tenermi nella più mediocre delle percezioni della merda da cui mi sento circondato, almeno, ti prego, risparmiami quel che mi succede da un po’ di tempo a questa parte, forse un mesetto.

Risparmiami i soli che bastano ad alzarmi due piedemmezzo da terra, o l’aria calda che presto mi farà piangere il corpo di salutare sudore purificatore.

Risparmiami i numeri di cellulare che ricominciano a tornarmi alla memoria (come certi loro proprietari stronzi), e mi invitano a chiamarli per metterci una pietra sopra, o il senso di narcisa liberazione del sorprendersi a cantare in portoghese a traffico bloccato.

Risparmiami di ricominciare ad innamorarmi ad ogni accenno di coinvolgimento di persone, animali, movimenti, iniziative, mondo, o la curiosità di riscoprire una diteggiatura che mi suona nuova e pure avevo provato così spesso a mettere insieme.

Risparmiami quei maledetti istanti in cui il possesso della mia vita mi sembra perfino un’ipotesi realizzabile, dalla dieta al lavoro allo studio alla cura di questo corpo, dice un mio amico stronzo, che è diventato da orco.

Risparmiami la fottutamente convincente espressione di sincerità dei sorrisi di coloro che mi dicono “Ok, ti chiamo” e nemmeno mi fanno il favore di evitare di farlo così da potermi disilludere su di loro, o l’impressione che per tirare su un progetto basti coinvolgere qualcuno che come te ha tutte le succitate allucinazioni da polline.

Risparmiami il sorriso e gli abbracci e il quasi involontario ammiccare di lei che era in macchina con me ieri sera, o la mia voglia difficile da controllare di farci l’amore come se fosse la cosa che una volta pensavo fosse: un’espressione d’amore che, in qualche modo che non abbiamo ancora compreso, si fa gioco cosmico con naturalezza e dolcezza.

Risparmiami la convinzione che un giorno o l’altro chiamerò Dem e le chiederò scusa e tornerò a poterle dire che le voglio bene con la stessa naturalezza e ovvietà che prospettavo tre righe fa sull’amore.

Ma soprattutto risparmiami le versioni a quattro voci di "Greensleeves"“That Lonesome Road” di James Taylor, e gli odori di melone, benzina, mare, cibo, pollini, mobili, fiori, smog, pesce, gardenie, che non mi consentono la lucidità di guardare a questa e non ad altre estati, mi uncinano il cervello di lacrime dolci e mi fanno cercare sempre gli stessi luoghi, e gli stessi riti, e la pelle e gli occhi delle stesse persone.

Risparmiami, in finale, l’estate che arriva, e la consueta, inevitabile ed inevitabilmente colpevole di maledetta menzogna, impressione che si porta dietro, che scompiglia tutti i miei piani di protezione dal dolore e mi apre come un fiore sgraziato ma convinto, lasciandomi così indifeso ai fendenti degli inverni a venire: l’impressione, e la nostalgia, di una vita fatta di poche, grandi regole, di stimoli e passione, di voglia e di condivisione.

Risparmiamelo, ti prego dal profondo.




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24 aprile 2005

Preghiera

Allontana da me il calice dei calci in culo che non ho riassorbito, e che ora escono con una nuova ecchimosi, più profonda, che si chiama "ipocrisia", nei rapporti con gli altri: altri che non c'entrano un cazzo, ovvio.
Allontana da me il nocumento che mi genera la consapevolezza di avere tanta paura delle persone.
Allontana da me questo ciccione falso, ottuso e vigliaccamente rabbioso che divento quando le persone che arei voluto intorno a me scelgono altri, più limpidi, lidi.
Allontana da me quest'incomunicabilità, e il mio cronico non avere idea della sua provenienza: sia davvero un bisogno, una domanda inevasa, o sia la superbia repressa dalla paura, che esce fuori nei modi più incredibilmente viscidi di me.
Allontana da me chi ha paura di parlarmi, e più ancora coloro a cui ho fatto perdere così velocemente ogni voglia di ascoltarmi: dagli di trovare in un rapido sospiro quel che sarebbe piaciuto a me dar loro, in tante piccole scatole colorate di fresco a colori di pesche e foglie autunnali, e di dimenticare il mio odioso egocentrismo e la mia irritante, sciocca, ridondante teatralità: quando si sta male così, si chiede aiuto, non si dispiegano le penne a ruota su un blog per irretire l'interlocutore di turno. Come adesso.
Allontana da me questa coscienza che esiste solo per spaventare, e, se serve, me da questa vita che ha una facilità estrema nel dimostrarmi quanto iosia in realtà paro paro ai mostriciattoli che tanto aspramente condanno.
Allontana da me il saper essere soltanto questo spigolo rivoltante di disattenzione, invidia, paura, complessi concentrici d'inferiorità e amore inespresso che diventa rabbia inesprimibile.
Chiunque tu sia.




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19 aprile 2005

Tanto per capirci

Benvenuto nel mondo che il tuo Partito genera, Papa Benedetto Xvi.
Ti presento a chi non ti conosce.
Possano il tuo paterno sorriso e la tua mano dolce ma ferma far riscuotere alle tue idee il successo che meritano.
Così sia.
Anzi, è già deciso che sarà.

CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI 
INTRODUZIONE
1. Diverse questioni concernenti l'omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede.(1) Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell'ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l'abilitazione all'adozione di figli. Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l'attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema.(2) Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.
I. NATURA E CARATTERISTICHE IRRINUNCIABILI DEL MATRIMONIO
2. L'insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità.(3) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.
3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi. In primo luogo l'uomo, immagine di Dio, è stato creato « maschio e femmina » (Gn 1, 27). L'uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall'altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono. Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l'esercizio della facoltà sessuale. « Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24). Infine, Dio ha voluto donare all'unione dell'uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l'uomo e la donna con le parole: « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell'istituzione del matrimonio. Inoltre, l'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell'alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell'unione matrimoniale tra l'uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (cf. Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9). 4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».(4) Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni... (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».(5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli (6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica. Secondo l'insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali « devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».(7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.(8) Ma l'inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata »(9) e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità ».(10)
II. ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI DEL PROBLEMA DELLE UNIONI OMOSESSUALI
5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l'equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all'adozione di figli. Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l'uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall'approvazione o dalla legalizzazione del male. In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza.
III. ARGOMENTAZIONI RAZIONALI CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI OMOSESSUALI
6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.
Di ordine relativo alla retta ragione
Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale,(11) ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza.(12) Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona.(13) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell'istituzione matrimoniale, all'unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un'istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio. Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell'ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell'intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell'uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse « svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume ».(14) Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l'oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell'istituzione matrimoniale.
Di ordine biologico e antropologico
7. Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni. Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L'eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana,(15) non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza. Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita. Come dimostra l'esperienza, l'assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all'interno di queste unioni. Ad essi manca l'esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell'ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l'interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.
Di ordine sociale
8. La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un'istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l'essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l'unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia.(16) Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un'altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.
Di ordine giuridico
9. Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l'ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell'ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.
Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.(17)
IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI
10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell'Enciclica Evangelium vitae, « potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento.
CONCLUSIONE
11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.
Joseph Card. Ratzinger
Prefetto
Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo titolare di Sila
Segretario
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NOTE
(1) Cf. Giovanni Paolo II, Allocuzioni in occasione della recita dell'Angelus, 20 febbraio 1994 e 19 giugno 1994; Discorso ai partecipanti dell'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 24 marzo 1999; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359, 2396; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8; Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986; Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d'Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Famiglia, matrimonio e « unioni di fatto », 26 luglio 2000, n. 23.
(2) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 4.(3) Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 48.
(4) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.
(5) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8.
(6) Cf. per esempio S. Policarpo, Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino, Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora, Supplica per i cristiani, 34.
(7) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10.
(8) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12.
(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358.
(10) Ibid., n. 2396.
(11) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 71.
(12) Cf. ibid., n. 72.
(13) Cf. S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2.
(14) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 90.
(15) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22 febbraio 1987, II. A. 1-3.
(16) Cf. S. Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 63, a. 1, c.
(17) Occorre non dimenticare inoltre che sussiste sempre « il pericolo che una legislazione che faccia dell'omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992, n. 14).
(18) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 73.




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5 aprile 2005

Il Valzer dell' Indeciso

Niente.

Sempre spettri di comunicazione fallata.

E troppa poca musica.

E quando non troppo poca, sempre troppo uguale, perfino lei.

Salve a te, Gente.

Che tu ci sia o (come di certo sarà) meno,

 

Questo è il valzer dell’Indeciso.

 

E la tua amarezza di queste note, Fabio, fratello mio, la prendo a prestito.

 

“Questo è il valzer di chi ha capito/

Che la vita non è un mercato e che/

Per conoscere non basta un dito/

Per capire non basta un minuto/

Mai.”

 

Tre minuti scarsi dopo, la canzone finisce sfumando con uno di quei riff tuoi che odorano di esistenza e di spazi aperti guardati con occhio malincorabbioso di prigioniero.

E io appongo, ora che sono ancora in tempo, il raro bollino “secondo me” a qualsiasi cosa stia scritta dopo questo punto.

Non voglio avere ragione.

Non voglio avere la certezza che lo scopo ultimo di ogni scambio sia stabilire chi sia il più forte.

Siete voi, contenti?

La ragione, il Torto.

Mi torturano, mi picchiano sulle tempie, mi rincorrono, purulenti come tutti gli interrogativi legittimi che ti hanno rimproverato di non esserti posto, al cesso come a tavola come in macchina come durante il soundcheck o durante il poco sesso malaticcio che faccio o durante i frequenti fuori pasto che non ho saputo evitare di riprendere da dopo Pasquetta, mi fanno sentire inadeguato come quei due stronzetti di Conti e Fertonani alle elementari, prendono tutto ciò che avevo di sicuro e me lo bruciano davanti a schiaffi di mesichepassano, inconcludenza, paura e quandotisistemi?

Non voglio, suino il vostro Dddio, (ché il mio è un panzone ricco chirurgicamente cinico annoiato e con la cirrosi epatica a livelli baudelairiani), prendere posizione.

Perché?

E me lo chiedi anche?

Sono certo di potermi risparmiare con te e con chiunque non si sia già perso nel mio solenne filatterio di stronzate lo sdegnoso “MA TI SEI GUARDATO IN GIRO?”.

Sono certo che anche tu avrai senz’ombra di dubbio notato come va a finire – magari dopo qualche anno, lo ammetto – quello che prende posizione.

Senti già come suona: “QuELLO che PRENde posiZIONE”.

No, no, nessun giochino mezzo semiotico e mezzo no sulle lettere che ho evidenziato, sono solo accentature.

Però non senti come ti si fa cattedrale, la bocca, già se provi a dirlo lentamente ed enfatizzando il rimbombo del suono tra labbra e palato e pareti del cavo orale?

Insigne.

Solenne.

Sacrale, perfino.

Appunto: una cattedrale.

Il luogo dove tradizionalmente trovi qualcuno che una posizione sicura se l’è più o meno trovata.

Tabaccai, commercianti vari, preti, suore, conduttori radiotv, giornalisti, pizzicagnoli, barbieri, autisti, perfino musicisti galleggianti tra enta e anta: custodi di una cultura che, stando a quel che i miei occhi tengono a sottolinearmi con penosa insistenza in questo periodo, non è e non è mai stata consapevolezza, non è mai stata coscienza, né concetto, né attenzione…

Solo un timido sbracarsi sull’istinto di tanto in tanto, un costante allineamento e una costante, medi(ocre)amente puntuale pecoraggine condita di indifferenza e “voto per Strombelli che mi ha promesso che mi sistema mio figlio”.

Zero dubbio, e istituzione di un secondo sport nazionale dopo il calcio: il salto alla conclusione, i cui tornei hanno come contemporanei mezzo e scopo un’ arroganza e una sicumera nel porsi che sono semplicemente troppo incontenibili e rivoltanti per essere vere (e legalizzate con la scusa che “è ovvio che è un’opinione personale”. No. No! NOOOOO! Se è una tua opinione, perché devo sentirmi con la coscienza sporca se non concordo, se opero dei distinguo che tanto nemmeno ascolterai, se vada come vada “ascolta un cretino”, “fatti servire”, “stacci, ragazzino”, e “fummo idee” che da anni devono aver smarrito ogni più elementare, scontata, ovvia, maledetta capacità di distinguersi da una merda di luogo comune? Perché non vi ricordate che esporre un’ idea è SEMPRE una responsabilità, in quanto ti dà il potere di condizionare in qualche misura chi la ascolta? Perché spacciate per Vangelo l’interminabile salva di odiosi discutibilia che tutti ergete a bandiera del vostro stesso, pollesco, risibile esistere, petto in fuori e la Voce del Dindone del Potere?), la certezza che niente sa cambiare e la sensazione di vomito che se devi essere pressoché l’unico a ricordarti sempre di aggiungere “secondo me” prima di ogni responsabilità che senti di essere il solo a prenderti, allora forse potrebbe non essere così male arrivare a convenire urbe et orbe quando affermano, col loro peso sudato e il loro lezzo di cisbùrghe e greggio, che le cose sono esattamente quelle che appaiono.

Democraticamente, a maggioranza: la maggioranza ha sempre ragione.

Per stare meno male di così.

In fondo, in un senso o nell’altro, questo è DAVVERO il migliore dei mondi possibili.

Con tante di quelle piste da ballo che magari ce ne scappa perfino una che non sia adibita all’industrial tunztunz, dove mettermi da solo con questi larssen continui di rimpianto per quanto vorrei essere come voi, o almeno meno presuntuoso, o meno consapevole, o meno il cazzo che vi si inculi a passo di foxtrot e di raffiche di mitra

a ballare il mio valzer dell’indeciso, sotto quella musica che sento solo io.

E i miei spettri.

Che, devo ammetterlo, ci sanno fare.

No.

No!

NOOOOO!

…. Vi prego.

No.

 

IL VALZER DELL’INDECISO

(Pizzuti)

 

Questo è il valzer dell’indeciso e anche

Stanotte non ho dormito…. Ho

Scritto, pianto ed un po’ ballato

Deciso a parlare col sogno

Mio

 

Questo è il valzer di chi ha capito

Che la vita non è un mercato, e che

Per conoscere non basta un dito

Per capire non basta un minuto

Mai

 

Forse sto cambiando

Forse son sempre io

O forse è meglio così…

 

Ma

Forse sto vivendo un magico risveglio

Qui

Il vento non mi chiede se ho voglia di respirare

Mai

 

Dubitare è la mia religione

La pazienza lo sforzo maggiore

Mi asterrò dalla vostra astensione

Per cercare una svolta migliore

Da qui

 

Mentre il mondo scivolerà piano, io

Mi confonderò tra noi pedoni su

Una scacchiera di pochi colori

Vecchie strategie, troppi confini,

Ma

 

Forse sto cambiando

Forse son sempre io

O forse è meglio così…

 

Ma

Forse sto vivendo un magico risveglio

Qui

Il vento non mi chiede se ho voglia di continuare

Mai




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28 gennaio 2005

Citazione Populista

I soldi sò bboni servitori e cattivi padroni."

E. Petrolini

Ti odio, Marketing.

Ti odio, modellovincente.

E nemmeno ti odio: mi basta fare ciò che posso per evitarti.




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27 gennaio 2005

Nevica

Paura dei titoli banali?


Non temete, non annoierò nessuno di voi due lettori caparbi nè farovvi male a leggermi mentre snocciolo l'ovvio con la storia della neve a Roma, del candore che dà risentirsela sul maglione dopo secoli.


Tacerò di come e quanto mi sia sentito impazzire occhi e mani come maionese mentre volevo prendere a pallate il mio batterista, il cui laconico e cortese amico si sforzava di non incazzarsi più di tanto per la batteria della macchina che lo tradisce su una Portuense ghiacciata e deserta alle tre e mezzo di notte, e tacerò della scena che sarebbe stata, lui con la testa nel cofano a lasciare che sia il radiatore a bersi le sue alquanto sacrosante imprecazioni e noi due a mancarci vicendevolmente mentre rispolveriamo un repertorio di insulti bambini fatto di parole usate con altri significati e rivoluzionaria pronuncia, ma ugualmente comprensibili e inspiegabilmente atte allo scopo, e di inverosimili minacce fraterne.


Tacerò.


Integrerò però dicendo che stamattina mi arriva un messaggio del bassista della band coi brani più ispirati di tutti i tempi (di cui presto farò più dettagliata menzione), e si trattava dell’inizio di questa roba qua.


Che è anche uno dei loro brani che più mi increspano la pelle al solo pensiero.


Come del resto quasi tutti quelli del loro repertorio, che è una cosa assolutamente e categoricamente sublime.


A voi, as usual, la spada del giudizio.


Io intanto mi godo il candore niveo già scomparso e ciononostante ancora presente sulle strade e soprattutto sul mio maglione, dopo secoli.


Quello di cui non vi ho parlato prima.


 


 


NEVICA


Le porte chiuse a chiave ingannano


Cosa c’è dietro mi spaventa un po’


Le voglio spalancare e vivere


Così desiderare diventerà decidere


 


Sarà che in fondo sono abile


A recitare ruoli scomodi


Il gesso sulla fronte e sugli zigomi


Mi fa sentire meno debole


 


Nevica nevica si ferma tutto sembra sia domenica


Nevica nevica si copre tutto lentamente e niente si dimentica


 


Fatico adesso a riconoscermi


Per come supero gli ostacoli


Comportamenti sempre asincroni


Mi batto senza fare calcoli


 


Anche se è molto più difficile


Prestare ascolto ai propri limiti


Metterli a nudo senza fronzoli


Mi fa sentire invulnerabile


 


Nevica nevica si ferma tutto sembra sia domenica


Nevica nevica si scivola rapidamente e tutto si addomestica


 


Nevica


Niente si dimentica


Nevica


Tutto si addomestica


Nevica




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26 gennaio 2005

A Genius

Fidatevi sempre di chi ha l’espressione ampia come le spalle.

Di chi regala e ammette e prende posizione e di lotta grecoromana affina istinto e vive, senza perdono facile ma mai con presunzione.

Di chi non si arrende nemmeno nella dialettica, insidiosa tra le tenzoni.

Di chi vi fa ridere prima per sorniona, trasparente vitalità, poi con sbalorditivi tagli cestistici al canestro dello Spiazzante.

Di chi fotografa con l’orgoglio e la coscienza a posto, ché non avrebbe potuto rappresentare meglio il soggetto.

Di chi vi tende un biglietto da visita di carta robusta, con su scritto: se sbaglio sbaglio, ma sai dove trovarmi.

Di chi non a caso ha su quelle larghe spalle gli occhi benevoli dell’ Adolescenza Fertile.

Fidatevi, vi dico.




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26 gennaio 2005

A Stratagemma

Non volevo sembrare altro, se l’ho fatto.

Sai che sei un incanto d’intesa che abbraccio e difendo da goblins e non morti invidiosiottusi?

E che in te vedo la dimostrazione che le tue foto e sorrisi e riff e humour smashes non descrivono un miliardesimo dell’arco imponente di cose da dire che appare inevitabilmente quando rifiati e abbassi per un micron la guardia e la maschera?

Non dovrei potere, ma ti voglio bene.

E non volevo sembrare altro a causa di chi mi morde stomaco e percezioni e mi impone che le cose stiano in un certo modo.

Sei fortuna meritata in tanti modi.

Cerca di non nasconderti con la tua solita amabile discrezione quando il contatto mi ridarà modo e ancor più voglia di tentare di scoprirne alcuni.

E non dirmi nulla di questo, se puoi.

Yo.




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26 gennaio 2005

Terra e Aria

Ho ancora i brividi, eppure la notte nel mio letto ospitale morbidissimo aveva tra le sue precise mansioni quella di farmeli passare.

Ho ancora i brividi da ieri sera, ché vi ho avute tutte e due, quasi insieme ma per un nonnulla no, nel mio modo cerebrale pretenzioso inutile pressante ridicolo.

Non saper cessare di carezzarvi con gli occhi, scambio di consolazione e segnale di presenza forte inestinguibile.

Con voi scherzare, walzer su nuvole riservate ai Maestri dello Stile dell’Ubriaco, e a Dio.

Non riuscire ad essere dolce perché mi aspetto sia troppo evidente negli occhi quel che accade ad altezza duodeno.

Vederti che è vero, Dem, che non sai mentire, e sei lì ad aver paura di cercare un letto dopo esserti abituata a dormire su terreni solidi e salubri, ed io ad essere uno di quegli albergatori con le facce mediocri che d’incanto vengono colti da ispirazione e rimorso del Bello, e non sanno più essere quei mercanti che ti dicevo, che cercano solo l’affare.

Eppure, intimamente saperlo, che sei un affare: per gli occhi, le orecchie, le preghiere belle da scrivere a chi di dovere per averti o averti avuta qui vicino, per la pelle vibrante bella che teme di non saper gestire troppe carezze inattese, per la patria che alcuni ti vediamo dentro.

Sogna qualcosa di libero anche da te, perdona, piangi e rialzati: ti guardo e spero di più per molti di noi.

Tienilo a mente, ché non ho di meglio da dirti mentre stai male.

E che è vero, Tì, che sei un jet supersonico insicuro annisettanta, che corre e si guarda indietro e corre.

E non ti spieghi come io faccia ad uscire sempre da un profilo di porta disegnato sul cielo che solchi, e un attimo fa ero così lontano.

Sono qui, cherosene calmo: senza senso se non mi usi un po’.

Senza senso se non entro dentro di te, in qualche modo.

Comandante Vian, dove sei? Ricevo a fatica….

Usa le antenne radio, chiamami e parlami un po’ del paesaggio, così potrò sempre disegnare il profilo della porta ed essere da te.

E’ sempre successo, sa ancora succedere.

Non temere.

Non farmi temere.

Sogna che io possa ancora stupirti, mantieni il nostro angolo tiepido a un passo dai libri: ho bisogno di te.

Terra e aria, siete l’orizzonte.

E ho ancora i brividi da ieri sera.




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15 gennaio 2005

Era - ed E'.

Qualche sera fa, appena sceso dal palco della Locanda Blues dove si era appena tenuto il concerto dei miei Zuma, stavo parlando con Stratagemma (appena ne coglierò lo spunto giusto, parlerò di entrambi), musicista anche lui, ma dai gusti un po’ più sofisticati – in senso meramente positivo – rispetto ai miei (e anche dei miei gusti musicali avrò a parlare a entrambi voi lettori, presto).

Insomma, sono lì che mi faccio smontare pezzo pezzo la Panda 750 della mia musica dal fiero e onesto orgoglio critico del Mitico, quando scopro che mi sta ronzando sulla lingua una sensazione sconosciuta di dispiacere.

Sconosciuta e assolutamente senza motivo perfino per me e le mie appocundrie: quello del concerto è il giorno di un rito sacro in cui non si può e non si deve voler stare giù.

Al massimo puoi roderti il fegato perché hai suonato male, ti ci puoi incazzare come Berlusconi quando gli fanno delle domande, ma è un altro discorso (digressione dovuta: va rimarcato che comunque vada, specie se va bene, chiunque tu sia, fenomeno sega modesto vanaglorioso povero ricco democristiano lattaio usuraio santo muratore imprenditore impiegato, scendi giù che fai la faccia più falsamente modesta dai tempi di G. di Karioth e INVARIABILMENTE: “Pffff….ho suonato una merda, scusate, ho dato il peggio”, con la paura di alzare gli occhi, dato che si vedrebbe claro come el sol – maggiore – che stai solo preparando la tovaglia per banchettare su complimenti ora deliziosamente amplificati da “Uh… che artista completo, è anche maturo e umile, oltre che bravo!”, che arrivano puntuali anche quando EFFETTIVAMENTE hai suonato una merda, e servirebbe qualcuno di quegli odiosi secchioncelli termodinamici, o di quelle insopportabili letterate dal cuore di merda, che ti dicano chiaro e tondo la cosa.

E invece – ecco uno dei motivi del fatto che a questo livello la crescita artistica e tecnica dei musicisti è esponenzialmente più lenta: l’altro è la mancanza di stimoli e di confronto con chi effettivamente ha più esperienza di te – non ci sono mai.

E buon per loro, oltre che per la mia traballante autostima: se appena sceso dal palco mi dovessi sentir dire, le mie due gocce d’adrenalina ancora in circolo, che ho suonato una merda, strozzerei chiunque.

Chiunque, tranne appunto Stratagemma e pochi/e  altri/e.)

Sicché, la serata prosegue tra frizzi lazzi bevute e le nostre solite adorabili pupazzate ( contesti fuori dal tempo in cui posso godere della libertà di sentirmi, vitafallimentarelontana, un essere vagamente meraviglioso come i miei occhi mi additano essere i miei commensali), bacieabbracci di commiato, e riaccompagno a casa Tì Dolce e Intestino-Coi-Piedi (il gran capo della tribù dei MeTeManche, che mi fa l’onore di suonare il basso negli Zuma, negli intervalli del lungo pasto che è la sua vita – ipertiroideo di merda che mangia il triplo di me che sono obeso ed è secco come un chiodo. L’ ho costretto a rimanere negli Zuma con un malocchio che gli ho fatto: quando andrà via dal gruppo si spezzerà il sortilegio della sua tiroide, e al primo pasticcino che annuserà prenderà 187,3999999999  – nove periodico – chili.).

E torno a casa, con la sensazione di dispiacere successiva alle chiacchiere con Stratagemma ancora lì, a formicolarmi sulla lingua.

Passa la notte, la mattinata di mercoledì la segue,e con lei il pomeriggio che mi riserva una sorpresa agrodolce e neanche tanto sorpresa. Il tutto sotto gli occhi acquosi e la litania arrochita di Zia Routine.

L’evento della giornata è una chiacchierata purificatrice con Demetra non troppo prima di cena: patate lesse + petto di pollo = i miei nervi antidieta mi impongono di uscire ad accattare qualche zozzeria per il fegato che sennò ci resta male e non mi rivolge più l’epatite C.

Risolvo il problema, trascorro un paio d’orette a leggere e scrivere in macchina, si fa l’una solita, mi dirigo verso casa sulle note dell’ Epitaffio Infantile di una Love Story.

Giro da ponte Marconi a Lungotevere degli Inventori e d’un botto mi sembra di capire.

Le tipiche intuizioni che se stai guidando devi ringraziare il dio dei Rari Vigili Non Stronzi che la strada è vuota essendo l’una e un quarto.

Mi sembra di capire che probabilmente la sensazione de dispiacere strisciante e mormorante sulla mia lingua è arrivata da un preciso rilievo che Stratagemma ha fatto su una nostra canzone, che si intitola Teatro Elio: ha detto che alcuni nostri pezzi, come ad esempio quello, hanno una cadenza e un arrangiamento un po’ stantii da accordo suonato pieno alla maniera rafferma e ripetitiva del rock italiano tipico.

O meglio: questo è ciò che ne ho dedotto io: lui ha usato solo due aggettivi, e nessuno dei due è presente in quel che ho dedotto io qui.

Ma credo intendesse questo.

Ed è una valutazione che fino a qualche anno fa ho sempre trovato sciocca e da Petruccetti sborroni: la solita storia dell’altrettanto solita eterna inutile lotta tra quelli del lick a tremila e quelli del sol maggiore mimminore.

La solita diatriba idiota Malmsteen contro Ligabbue (numero di “b” non casuale), mentre gli Artisti – così diversi  dai Belli bukowskiani che si cavano gli occhi dalle orbite mentre i vecchi giocano a dama nel parco, sotto il sole, e a loro così dannatamente simili – fanno Musica e invece di discutere sulle stronzate, cantano la propria sensibilità come gli viene e senza freni che non siano i propri, meravigliosi ed efficacissimi.

Fino a qualche anno fa.

Poi ho smesso di limitarmi ad ascoltare – touchè – proprio quel rock rubicondo sempliciotto vitale semplice da cui Teatro Elio proviene, e oggi capisco cosa si intende quando lo si smonta con questa eccessiva semplicità.

Lo capisco perché ho conosciuto diverse tra le innumerevoli alternative, e ho scoperto che le discussioni e le diatribe stronze sono sempre inutili, ma in un altro senso, infinitamente più profondo e vasto di quello che avevo sempre pensato, e, al contempo, semplicissimo da poterlo riassumere in un motivo solo: proprio non basta il tempo, per avere il lusso superfluo di soffermarvisi.

E – la cosa più importante – ora capisco che forse ciò che intendeva Stratagemma non andava ascoltato e inteso nell’ottica dell’arrangiamento, del riff più o meno piacione o della rullata più o meno attesa proprio in quel punto: è questione di modo, di sensazione e suono, provata la prima ed espresso il secondo, di riflesso diretto tra la gamma infinita di colori e umori e quella delle musiche possibili, e viceversa, chè gli uni, come sto potentemente riscoprendo in questi giorni, influenzan le altre e viceversa, nel gioco interminabile sfocato meraviglioso che l’italiano esprime così limitativamente col termine “creazione”.

E fin qui tutto ok, e tutto bello, come lo sono le schiarite di cielo che le intuizioni portano seco: allora da dove viene la sensazione spiacevole?

Credo di averlo capito due sere dopo, giusto ieri sera:

deriva da quest’impressione che ho, che aver conosciuto, in questi ultimi anni, altra musica, e dunque altri umori, diversi dalla solarità ligabovina e, al limite, dagli accenni di SognoIncubo che venivano da PieroGianniAntonioGhigoRingo, che avevo adorato ed eretto ad altare di sostegno nella mia prima adolescenza complessata, è stato sì un crescere meraviglioso sia per l’esploratore che per l’autore, ma è stato anche come legalizzare a me stesso la tristezza infinita e la pazzia disperata che ho trovato in questo numero esorbitante di canzoni che ho sentito e sento ancora tremendamente mie, e che, chissà, forse avevo sempre voluto negare in quel periodo.

E in cui ora sguazzo come un paperotto quando mi va, e che mi domina quando mi va e quando non mi va.

Ecco, era – ed E’ – quest’impressione tristemente revisionista che ti fa temere di dover sporcare nel ricordo anche gli anni più belli del passato, semplicemente perché, in quel periodo in cui tu ti difendevi come potevi, altri hanno scoperto dimensioni della cui esistenza tu non hai saputo aver voglia di nemmeno sentir parlare, troppo malato di voglia di essere sano per uscire di casa.

Come tutti gli adolescenti finché non smettono di esserlo, ma più torvo e con pretese di genio incompreso dalla pettinatura sbagliata e sempre una battuta ridicola di troppo.

Era – ed E’ – questo cronico non potersi sentire mai Belli fino in fondo, neppure per un istante che non costringa necessariamente a spegnere la percezione dettagliata di Sé per riuscire nell’intento.

Perché arriva sempre qualcosa, qualcuno a spostarti il concetto di Bello – perfino di Socialmente Accettato – quando ci sei a un passo.

E soprattutto, era – ed E’ – questo irrimediabile trovare stupida, ancorché tremendamente fascinosa, l’alternativa di cavarti gli occhi dalle orbite,

di respingere l’Amore,

e l’Odio,

all'angolo di una stanza, accartocciato tra ragni e siringhe, nel silenzio.

O di lasciare alla Vita quelli che non tutti tra noi riescono a vedere sempre, consecutivamente, come solo brutti, o solo belli, o solo qualcosa.

Era – ed E’ – questo disperato non disperare anche quando dovresti avere già una pallottola nel culo del cervello.

Che poi è il cuore.

Ecco cos’era.

Sono andato a dormire più sereno.




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12 gennaio 2005

A Demetra dell' Adolescenza Fertile.

Se devi stare così tutto il tempo, almeno piovi, perdio.

Tempo di merda.

Non c’è un cazzo da fare, la statistica parla chiaro, unica in questo genere: la combinazione “tempo di merda + umore di merda” è incontrovertibilmente la più comune: certo, “tempo di merda + umore ottimo”, e ancor più quella inversa, titillano di più il mio amore per il contrasto di colori concettuali, ma la trovo indiscutibilmente più rara.

E poi a rendermi meno banale l’accostamento di oggi provvede il mio non sapere il motivo di questo malessere, mescolandosi col mio istintivo conoscerne almeno centomila, ataviche ragioni.

Al minuto.

Wow. Che mucchio di righe prima di arrivare al punto: sono sempre il sovrano dell’ arte suprema und sublime dello svicolo.

Il punto, Demetra (dea, o mia dea dell’Adolescenza Fertile) è che questa è o dovrebbe essere una lettera per te (immaginalo, il mio faccione truccato à la Krusty mentre assume l’aria più triste, sacrale, definitiva possibile. Fatto? Bene. Ora puoi smettere di ridere. Smetti, ti dico! ).

Il solito, dozzinale, lagnoso piagnisteo, dirai tu.

No.

E’ che, nonostante il tuo evidentissimo essere più portata verso le azioni che non vero le pippe mentali, io ora ho queste, e, se certo non te le debbo, sento però di non saper smettere di aver voglia di parlartene.

Perché ne ho bisogno, perché mi piace essere certo che tu conosca due dei segreti fondamentali della vita: Capire ed Apprezzare, e perché in mano ho una voglia bruciante di coprirti di regali, e in tasca non ho più che pensieri a soqquadro, plettri, bustine di Aulin e un miliardo circa di quelle cosucce insignificanti che tu non vuoi mai, almeno da me: dei

GRAZIE.

Quindi, da adesso in poi, ti invito a smettere di leggere, datosi che ciò che segue è un melensissimo, odiosissimo e perfino più noioso elenco dei motivi per cui mi sei stata inestimabile, di quelli per cui continui ad esserlo, e di quelli, infine, per cui ti adoro senza requie, a prescindere.

Sotto forma, per giunta, di grazie.

Capisco che possa essere troppo.

Quindi davvero, smetti qui, perdonami anche questa e, quanto ti rivedo, fammi di nuovo adorare il mistico – l’hai detto tu – triangolo superiore che siamo io, te e Stratagemma.

Smetti, perché eccoli che arrivano, i

GRAZIE per la faccia che ti ho visto fare questo Natale: tienti la letteratura mondiale di tutti i tempi, li straccio tutti in partenza con questa sola immagine, che custodisco qui, dove nulla arriva contro la mia volontà, e che è solo mia.

GRAZIE per mostrarmi costantemente con quanta sana irrisoria facilità sai far cadere il nocivo muro di stronzate e arguziaeironialiofilizzate che erigo a sostegno e illusione, e che spesso inavvertitamente sono.

GRAZIE per riportarmi sempre sotto gli occhi il senso della misura, anche se questo è in certi casi un trampolino potente per le mie paturnie, che, non avendone, lo sfruttano spesso a maraviglia.

GRAZIE per le tue biologiche convinzione e dedizione: fuochi d’artificio felici a variopinto festeggiamento dell’ evento impareggiabile multimillenario che sei in ogni istante. Li vedo, i colori in te: quindi esistono. E non scassare.

GRAZIE per aver disfatto con poche parole il cumulo di cocaina della mia lussuosa depressione: è solo colpa mia se continuo a sniffare il po’ che ne rimane, dabravoidiota.

GRAZIE per le risa aspirate.

E perché una madre come te se la sogneranno, i vincenzini pallidi di oggi, domani e dopodomani.

E perché io con loro, primissimo della fila.

Perché adori i Police e Sting, e

Perché sei sposalizio entusiasta di grazia appresa e forza innata.

Per come costruisci le frasi, e

Per quanto vorrei scrivere qualcosa a quattro mani teco.

Per l’arrancante testuggine goffa e a pancia in su che mi fai sentire, persino quando mi fai ridere: impossibilitato a far diversamente.

Per il profumo ostinato di verde, e di movimento, e di senso della prospettiva, e di Adolescenza tutt’ altro che finita, e soprattutto di Voglia interminabile, che mi mandi copioso (corvini i capelli e manieristicamente grossolano il mio accusativo di relazione d’ ellenica foggia) : aveva transitato per tempo dolcemente lungo le mie narici, ma ora l’avevano perso, intestarditesi a starnutire dubbi che, più che d’ intelligenza, erano sintomo di tanta paura: GRAZIE dell’esempio che mi sei.

E perché già da qualche giorno devo aver compreso, prima ad istinto, poi elaborandolo razionalmente, che non c’è contraddizione, non c’è scandalo amando entrambe voi, te e Tì Dolce, poiché non cambia la sostanza, ma la matrice dell’ amore: come sangue e carne ed empatia di compagni da sempre e per sempre e in tutto similissimi amano lei, così sinapsi bisognose di balsamo e stimolo buono, nonché le narici di cui sopra, amano e cercano te.

Non ti ho ( mai ) mentito: desidero avere in sorte tutto il tempo che posso, con te seduta accanto, mentre percorro i miei anni con quelli che amo, ad essi per l’ombelico legato, finchè le gambe mi reggono.

GRAZIE.

Perché grazie a te è così, e perché mi fai sentire di star guarendo da qualcosa di grave.




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8 gennaio 2005

Love Spectrum Back Home (L'Oroscopo Del Ghostbuster

 

Parte del muro dei fantasmi di stanotte si staglia contro le mie concettualizzazioni.

(Prendete l’abitudine fin da subito a non capirmi.

Almeno, finché applicherete alle righe di mio pugno il diffusissimo schema mentale, che sono certo abbiate anche voi, di tuffarvi a corpo morto sul significato stretto delle parole, invece di interpretare la suggestione che evocano.

Non vergognatevene, encefali volenterosi: è normalissimo.

Normale come tutti i termini e le espressioni che, come appunto lo è “normale”, per avere un senso debbono forzosamente richiamarsi alla statistica: la norma è appunto un concetto che discende, come noi Ghostbusters dalla pertica, dal concetto numerico di standard, di media, di quel che è consueto.

Quindi, dicevo, non vergognatevene, non siete voi gli strani.

Quello, aldilà della mania di protagonismo che ciò implica e presuppone, sono io.)

Parte della notte si staglia contro le mie concettualizzazioni, mentre raccolgo la forza dei miei impulsi cerebrali per stilare un bilancio di questo inizio anno.

Vedo luci di lampioni prendersi libertà sfocanti nei confronti delle mie rétine mentre via Tor de’ Schiavi lascia la parola a via Prenestina, il cui eloquio a scorrimento veloce non mi impedisce di ricorrere alla sensazione dolce che – come tutti i sapori dolci – va a fiorirmi sulla punta della lingua mentre ripenso a quarantatre ore prima circa, alla voce compatta di Demetra che mi accarezza, di ritorno da una nottata di monogrammi, risa e miscela arabica salata, e mi striglia come il cavallo assolutamente rigogliosoesenzamacchia che la sua presenza mi mette costantemente l’ansia di non essere per lei.

Noto zingari fintoservizievoli forzare sorrisi nel chiedermi spiccio e paglia che – iella – non ho, mentre decido che stanotte aggiorno il blog e pazienza se lei leggerà che, nonostante le avessi promesso che non l’avrei fatto, ho atteso là davanti esattamente fino al suo sms per poi dileguarmi in silenzioassenso: non mi va di negare la spinta egoista di farglielo sapere.

E poi gli stessi impulsi cerebrali di prima (dovreste vederli: sembrano facchini trentenni sistemati e inquadrati proprio lì, sull’orlo di una crisi di nervi, usciti da un film di Muccino) portarmi a spasso sulla mia crudele moto da corsa chiamata senso di colpa, che mi impedisce di mentirle ma anche di dirle la verità quando mi dà del cristallo fragile: che non sappia quanto mi sento diviso e lurido nel non sapere chi, come, perché né esattamente quanto amare, di questo amore flaccido inconcludente letale come lo è incrociare i flussi.

Questo amore che provo per quasi chiunque, purché mi stia ad ascoltare. Chiunque, ti dico, inclusi i fantasmi cui do la caccia per giocarci a questo tressette ripetitivo e scipito.

Questo amore malato che, se lo mostro ai suoi occhi, si fa tanto più bruciante di ridicolo, quanto più mi illudo di autoesorcizzarmi e raccolgo le forze attendendo il mio turno di guarire dal vizio di frequentare fantasmi.

Sicché – dice Ungaretti – è continuo schianto, silenzioso immoto tumulto di dogma aspettativa e specchi deformanti autoriflettenti e funzionanti senza sosta.

E continua trappola per Slimer sempre più grossi, come quello che campeggia trionfante di lardo nella camera dell’ invidiabile Genius, e che un giorno ruberò.

Trappola da cui, Dio – cioè la mia mente tesa – voglia, questo anno nuovo, per chi crede a scadenze diverse dall’Irpef o dello yogurt, potrebbe aiutarmi ad uscire.

Questo è il tuo oroscopo per il 2005, ElCia.

Vedi che puoi fare.

Ma qualsiasi cosa sia, non smetterla.

Tenterò.

Finalmente arrivo a casa, sulle note di un beneaugurante – indovinate un po’ – Ray Parker jr.

Parte del muro di fantasmi di stanotte si staglia…




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31 dicembre 2004

Tanto Per Cominciare.

Tanto per cominciare.

Dalla fine.

Avremo modo di conoscerci, se vi andrà.

In caso contrario (è un paese libero, seppure non per molto ancora), illuderò me stesso di starmi conoscendo meglio io.

Sarà comunque terapeutico, come impegnarsi in qualcosa.

Intanto – tanto per cominciare – ecco un esempio di come le ore 02:25 am del 31 dicembre 2004 sappiano far apparire come urgenti perfino le terribili e amene banalità che state per leggere.

Buona fine, e ancor migliore inizio.

Dimenticavo…. È in si minore.

 

 

 

MEMORIA MUORE?

(Il commiato dell’anno vecchio)

 

Volevo essere

Come le notti che c’è poco traffico placido

Come traslucido l’odore che di tanto in tanto

Ti scopri

Addosso

 

Sapevo di essere

Come attimi fuori contesto ripeteranno che

Devi abbracciare forte l’Idea:

Se vorrà

Ti bacerà da sé

Non devi

Temere

Mai

No

Noli

Timere

Più, mai

 

Per cui ci rivediamo su biglietti e dentro armadi vuoti e stretti

Su muri, tasse, annuari, 3 x 2, recinti umani

E memoria che muore

Se incontri Madre Paradosso e Padre Sfocatura abbracciali

E in giro dì di me che ho fatto solo il mio mestiere

La foce di ogni male è non aver creduto insieme

Contorta nello stomaco, Memoria se non vuoi non muore

Se incontri Madre Paradosso e Padre Sfocatura sfruttali

ProsciugaliUccidiliCuraliFottili

Abbracciali

Credi e non essere certo mai

Buon anno

E un buon istante che sia nuovo.




permalink | inviato da il 31/12/2004 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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